
Ti bolle sotto il culo, c'è poco da fare. La scorsa settimana dei possenti boati mi hanno tirato fuori di casa. La Montagna era in eruzione. Ecco perché mi sentivo così inquieto. Ho preso la macchina fotografica, ma non il cavalletto che sarebbe stato utile per la qualità dell'immagine. Non mi interessava la qualità. Solo il fatto, il fatto in sé. Ero e sono seduto su una bomba ad orologeria. Quando lo realizzi, quando ci pensi comprendi perché noi catanesi siamo ineducabili, irrecuperabili: viviamo sapendo che tutto è temporaneo e che una sorta di divinità caotica e femminile (per noi l'Etna è "a Muntagna", è femmina), capricciosa e imperscrutabile un giorno farà le bizze e ci spazzerà via. Noi catanesi non siamo matti, ma abbiamo una mamma psicotica. Proprio bene non stiamo. Come se una mamma così non bastasse, noi catanesi abbiamo ricevuto, questa volta in comune con tutti i siciliani, un altro dono del cielo: nel nostro dialetto non esiste il tempo futuro. Quindi il catanese sa che un giorno la mamma montagna lo distruggerà, ma non può dirlo e, non potendolo dire, non lo può nemmeno pensare. Questo suo sapere appartiene quindi ad un campo proto-mentale. Questo livello, presente nel singolo individuo ma di difficile osservazione, si manifesta assai più chiaramente nella dimensione gruppale della festa in onore della santa patrona della città etnea. La santa, per ironia della sorte, si chiama Agata, antroponimo che etimologicamente vuol dire "buona". Il velo appartenuto alla santa fermò la colata che minacciava la città e da bianco divenne rosso: Agata aveva assorbito, catalizzato su di sé il male e il velo si era trasformato da simbolo virginale a oggetto che trattiene l'impurità. La rossa colata di magma incandescente distrugge e nel contempo garantisce fertilità: il parallelo con il ciclo mestruale è consequenziale. Femmina la montagna e femmina la santa. Cosa accade allora durante la festa? I devoti, tutti maschi da sempre tranne che negli anni più recenti (da quando la moda delle parità apparenti ha aperto anche alle donne l'accesso al ruolo di devoto), indossano una veste bianca e sciamano come spermatozoi per le vie della città. Al seguito del reliquiario della santa e trasportando a spalla grossi ceri votivi, ciò che di maschile in questa vicenda appare lo fa così: devoti da sempre appartenenti alle classi più popolari, devoti spesso delinquenti e mafiosi; ceri come enormi falli; più grande la colpa, il crimine, più grande il cero, maggiore la fatica nel trasportarlo; peggiore il crimine, più grande il fallo, come a dire che più sei delinquente e più sei dotato di attributi; la santa si segue e si traina e si bestemmia, perfino, con appellativi da meretrice; e la cera ricopre le strade fin quando, di corsa, la santa e migliaia di spermatozoi rientrano in cattedrale. Cosa nasce da questo incontro? Si sarebbe tentati di dire nulla, ma sarebbe una risposta superficiale. Nasce invece il Bastardo, giacché un Padre in tutta questa vicenda non si rintraccia da nessuna parte. Il Bastardo è figlio senza Legge, egli stesso senza Fallo e senza Padre. É figlio di madre certa (come sempre) e di migliaia di padri. Il Bastardo è l'elemento mentale, anzi proto-mentale, che anima l'inconscio sociale dei catanesi. Non esiste legge da seguire, la Madre è santa e Meretrice nello stesso tempo, la Montagna distrugge e nutre allo stesso momento, ciascuno è Padre a sé stesso e quindi dispone di una legge propria, autonoma. In assenza di un Padre, niente ha contenimento e ogni manifestazione del vivere umano è lecita fino ai suoi eccessi.