
Devo sostenere ancora
undici esami. Oggi è stato il giorno del
quarantesimo esame, sui
cinquantuno del mio piano di studi.
Psicopatologia dell'infanzia e dell'adolescenza: ho pensato a Egon Schiele per la psicopatologia e a questo dipinto per l'infanzia. Tanto per lui era tutta carne da macello, grandi e piccini. Caro buon vecchio Egon.
Ventotto. Tanto mi meritavo secondo l'assistente della professoressa che mi ha interrogato. Con lei sono stato brillante, direi. Quando un assistente ti da ventotto, vuol dire che meriti
trenta ma, essendo prerogativa del docente conferirlo, il voto suddetto comunica silenziosamente al docente che sta interrogando un candidato al massimo dei voti. Inutile dire che il docente può aumentare o diminuire il voto a piacimento, così come confermarlo. Questo è stato il mio caso. Mi rendo conto che sono di certo un poco coglione, ma quando mi viene fatta una domanda del tipo: "Come si sente un depresso, cosa fa?" io, che ho la tendenza ad idealizzare tutti (figuriamoci i docenti, detentori presunti del sapere), mi domando fra me e me: "Ma non vorrà mica che le dica che stanno a letto tutto il giorno meditando il suicidio?". Voleva solo che le dicessi questo e a me sembrava troppo banale.
All'arrivo in facoltà ho visto il mio angelo pazzo. Un "ciao" passando attraverso la porta d'ingresso accanto alla quale chiacchierava con una collega. Le ho sorriso, come peraltro faccio da sempre con chiunque saluti, cercando il suo sguardo, i suoi occhi blu meravigliosi. Erano ancora carichi di odio. Ha bisogno di odiare come di respirare e io mi sono offerto, (in)consapevole. Mi struggo ancora, pensando a tutte le parole d'amore che ci siamo detti. Nonostante la mia ormai veneranda età, le molte esperienze di vita e gli studi di psicologia, mi stupisco ancora di come si possa mutare atteggiamento nei confronti di una persona amata. Quella che era oggetto di amore e attenzioni diventa, con rapidità sconcertante, nuovamente una persona estranea, di cui ignorare l'esistenza. Vederla mi ha fatto soffrire anche oggi, ma l'effetto è sempre meno intenso. La sofferenza è come la droga: dà tolleranza.
11, 28, 30, 40, 51: sulla ruota di Palermo. Sto proprio dando i numeri.