Era in preda all'ansia. Soprattutto di notte, l'ansia lo avviluppava costringendolo a dormire in pose rapprese. All'allerta, teso sui gomiti e a pancia in giù, aveva dormito di un sonno blu elettrico, pesante. La prima sveglia lo aveva reso cosciente dell'ansia notturna, grazie al dolore sordo che sentiva alla spalla sinistra, e di quella diurna, grazie al senso di oppressione al petto che immediato lo accoglieva nel mondo della veglia. Poco dopo la seconda sveglia, suo fratello bussò alla porta della camera da letto per annunciare che stava per partire.
Dopo un paio di minuti, durante i quali aveva meditato se rimanere passivamente a letto per attendere che il fratello avesse lasciato la casa per alzarsi subito dopo, si era alzato e aveva scritto su un foglietto quadrato l'allenamento di nuoto che il fratello gli aveva chiesto. Giusto il tempo di dargli il piccolo foglio, scambiare tre parole sul bagaglio pesante e sulle cose lasciate a casa con la consegna ai genitori di spedirle tramite corriere, che il fratello lo salutava con un bel sorriso sul volto. Lo incoraggiava a tirare fuori le palle nel bel mezzo di un abbraccio davvero commovente. Il padre, cupo come una nuvola di fumo di Nazionali senza filtro, avrebbe accompagnato il fratello all'aeroporto. Intanto, sfoderava la solita aria che da sempre rende qualsiasi evento, eccetto il cucinare e il mangiare, degli eventi luttuosi. La madre sarebbe rimasta a casa, come sempre, fumando silenziosa e triste come un paziente psichiatrico pre-Basaglia, come sempre.
Lui si era preparato la colazione e aveva provato ad andare a consumarla in giardino. Le cagne bivaccavano inerti nel cortile davanti casa e sua madre si aggirava con la sigaretta in bocca come se cercasse una meta, un enorme punto rosso che le facesse capire la realtà a mo' di un "Voi siete qui". Non aveva consumato la colazione in giardino, ma si era spostato nel suo studio e aveva mangiato davanti al portatile. Doveva mettersi al lavoro giacché ne aveva molto da fare e in poco tempo.