
Ci si contiene l'uno con l'altra, per contenere una speranza, una promessa, l'idea di un futuro. Una nuova idea, una nuova vita. La gabbia contiene l'idea dell'uccellino e l'uovo quella della gabbia per il nuovo nato. Come dire, ci si aspetta che le cose vadano così.
Sono le mie aspettative che mi fanno sentire una gabbia vuota oppure un uovo senza nido. Sono io troppo piccolo per l'uovo o l'idea stessa dell'uovo è un'enormità? Potrebbe valere la pena di smettere di considerare la gabbietta necessaria, e smettere di pensarsi contenitore di esistenze altrui; potrebbe, al contrario, essere produttivo accettare che la gabbia, come le case, è fatta per riempirsi di vita e svuotarsi, come un ventre materno. Oppure che l'uovo non ha bisogno della gabbia o, ancora, che le affinità elettive, questo è il titolo del dipinto di Magritte, sono una promessa di infelicità. Perché sono affini entità separate, per definizione, e il loro essere sta nel separarsi, nel perdersi. La gabbia non ha aperture: non vorrei essere prigione né prigioniero, ma forse non è possibile. Siamo prigionieri del desiderio degli altri e del nostro, della ripetizione dell'uguale. E se invece dell'uccellino fosse una frittata in gabbia?