Pensare pubblicamente

Perdere tempo è la cosa migliore che l'uomo post-moderno possa fare.
mercoledì, 28 novembre 2007
Una coppia di giovani giapponesi sonnecchiava davanti a lui, destandosi di tanto in tanto. Durante le pause tra un periodo di sonno e l'altro, si coccolavano dolcemente. L'uomo sembrava adulto, mentre la donna pareva poco più che una liceale. Pensò che questa valutazione sull'età fosse il frutto di un errore dovuto ai tratti somatici. Sapeva di non essere abituato a connettere i tratti somatici degli orientali e le età, e che quindi la sua valutazione era passibile di ampi margini di errore.
Al suo arrivo, l'uomo gli comunicò a gesti la propria disponibilità a cedergli il proprio posto. Rifiutò con un sorriso. Solo alcune ore dopo avrebbe scoperto che il giapponese occupava un posto non suo, bensì quello di un romano fastidiosissimo che sarebbe salito sul treno a Firenze e che si sarebbe accomodato accanto a lui, invece che di fronte, per il resto del viaggio. Dal suo accesso al treno fino all'arrivo a Roma, l'orrido burino avrebbe parlato ininterrottamente al cellulare con una decina di persone diverse, raccontando a tutte una massiccia dose di cazzi suoi, dose che anche il nostro malcapitato dovette assumere contro voglia. Il giapponese sorrideva con biasimo, mentre un ex-hippy scuoteva la testa in segno di palese disapprovazione verso il laziale maleducato.
Nonostante la sonora compagnia, il nostro scrisse buona parte della sua orazione per la seduta di laurea che lo attendeva nemmeno cinque giorni più tardi. Distoglieva lo sguardo dal foglio, sollevava la penna dal foglio e si perdeva nell'immagine mentale del sorriso della sua donna. Sapeva che, dall’inizio del viaggio alla sua conclusione, sarebbero passate quattro ore e che ne erano già passate più di tre. Non era agitato. Godeva di una gioia calma, placida, piena. Si sentiva così da quando l’aveva incontrata la prima volta, nel paese natale di lei, e guardandola negli occhi splendenti aveva sentito un amore rotondo, vivo, emozionante, vibrante. Il fatto che lo turbò fu che si rese conto da subito di amarla da sempre e di conoscerla da poco.
Indossò l’impermeabile nero, mise a tracolla la borsa di cuoio, nera anch’essa, e attese l’ingresso del treno a Termini, come colui che sa che ad attenderlo c’è un amore antico e consolidato. Percorse la lunga banchina da solo, lentamente, regalando alle articolazioni delle gambe nuova elasticità. Ci fu un istante preciso in cui la vide corrergli incontro, il più bel sorriso del mondo, e la calma serena si trasformò immediatamente in una vampa. La felicità, come un torrente in piena, gli scorreva nelle vene, sprizzava da ogni poro, si mischiava a quella di lei, che intanto lo abbracciava forte, e rientrava in lui facendolo sentire amato e dandogli la precisa sensazione che anche lei si sentisse amata per come desiderava. Si baciarono. Percorsero il restante pezzo di banchina abbracciati e abbracciati restarono per tutto il resto di quella giornata ormai al tramonto e per tutti i due giorni successivi.
Il risveglio della mattina li vedeva telecomandati, automatici e reciproci nel cercarsi, con gli occhi ancora chiusi e pieni di sonno. I corpi caldi si abbracciavano, per continuare a dormire ancora l’uno stretto all’altra. Poco dopo, una carezza seguita da un bacio e poi un altro. La coscienza si riappropriava dei loro corpi e bramava di sapere che l’altro c’era ancora, che non era stato solo un sogno, che l’appagamento del desiderio non fosse un’allucinazione. Non era stata allucinazione nemmeno la cena che lei aveva preparato per lui la sera precendente. Si era sentito importante, il destinatario delle cure, delle buonissime cure di lei. La mattina era trascorsa svegliandosi e, quando si concluse, lui si era ritrovato tutto dentro il suo mondo quotidiano.
Passarono altri giorni, alcuni insieme e altri lontani, durante i quali dissero di amarsi centinaia di volte, ballarono avvinghiati come quattordicenni, passeggiarono, mangiarono, brindarono, fecero l’amore, parlarono, si scambiarono regali, sguardi, speranze e paure; si fecero fotografie reciprocamente, si cercarono ancora appena svegli, si baciarono, corsero all’aeroporto e per tutto l’aeroporto per non perdere l’aereo, spedirono valigie rimaste a terra perchè il volo era già chiuso; lei, in quei giorni, andò a lavoro, non riuscì a studiare ed ebbe paura di sentire l’assenza di lui; lui non riuscì a finire di preparare la seduta di laurea, si laureò e fu triste che lei non era lì, in carne ed ossa.


scritto da: Psicotango alle ore 14:06 | link | commenti (9)
categorie: amore, racconti

Commenti
#1   28 Novembre 2007 - 18:21
 
secondo me racconto fortemente autobiografico.
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#2   28 Novembre 2007 - 22:07
 
***angulusridet: cosa te lo fa pensare?! :D
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#3   29 Novembre 2007 - 11:55
 
bello sto template, me lo rubo?
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#4   29 Novembre 2007 - 12:10
 
***medioborghesi: grazie, preferirei che tu non lo rubassi. :-)
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#5   29 Novembre 2007 - 20:22
 
non riiesco mai a commentare i tuoi post...perché sono meravigliosi!
sei grande
rituzza e la casina
utente anonimo

#6   29 Novembre 2007 - 23:12
 
***rituzza e la casina: il miglior commento è sapere che persone come voi apprezzano quello che scrivo. Felice di conoscervi. A presto. :-)
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#7   23 Dicembre 2007 - 18:42
 
a qst punto immagino k le parole dei tuoi amici ti abbiano già soddisfatto.. immagino k era la loro approvazione k desideravi x i tuoi racconti, ma il mio segno vorrei cmq lasciartelo.. nn credevo gli uomini fossero capaci di desiderare tanto, nè di essere così sensibili da metterlo x iscritto.. 6 l'eccezione immagino. complimenti..
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#8   27 Dicembre 2007 - 12:45
 
bel finale da favola postmoderna, il tempo magicamente si compatta e si catapulta in una modernità davvero realistica (autobiografica?) ;-)
stretta la foglia. lunga la via...
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#9   28 Dicembre 2007 - 22:03
 
***dolcesofy: non scrivo per nessuno, se non per lo scrivere in sé. Mi piace esprimermi. Quello che scrivo e racconto per me è la "normalità". A stupirmi sono sempre i complimenti, quando riguardano il mio modo di essere e non quello di scrivere. Ti ringrazio e ti sorrido.

***giandgi: si, autobiografica. :-)
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