Pensava alla cagna. Era affranto e non riusciva a capire se fosse affranto per il pensiero della ferita ancora sanguinante della morte della cagnetta o se, invece, pensava a questo evento tragico perché era affranto. Di certo gli mancava. Prese una sfoglietta di cioccolato all'arancia, nella speranza che lo sollevasse dalla tristezza, un cappa pesante, troppo. Una tristezza che aveva condiviso con una cara amica e con una tazza di tisana rilassante che aveva annacquato con qualche lacrimone. Niente di tutto ciò era stato risolutivo, ma ogni cosa era stata utile e a suo modo bella: l'affetto profondo dell'amica, la tisana confortevole, il cioccolato gioioso, le lacrime catartiche. Si sentiva solo come un cane, pensò, e forse il pensiero rivolto alla cagna scomparsa era dovuto a questo. Pensò, per la milionesima volta, che, dall'indomani, avrebbe indirizzato a sé tutte le attenzioni, le cure, l'amore e la considerazione che dedicava agli altri. Si, avrebbe fatto così, si ripeté, sapendo di mentire a sé stesso. Pensò ancora una volta alla cagnetta e le fece un sorriso, grato per il bene che le aveva voluto. Poi il pianto lo sorprese violento.