Pensare pubblicamente

Perdere tempo è la cosa migliore che l'uomo post-moderno possa fare.
lunedì, 25 febbraio 2008
Pensava alla cagna. Era affranto e non riusciva a capire se fosse affranto per il pensiero della ferita ancora sanguinante della morte della cagnetta o se, invece, pensava a questo evento tragico perché era affranto. Di certo gli mancava. Prese una sfoglietta di cioccolato all'arancia, nella speranza che lo sollevasse dalla tristezza, un cappa pesante, troppo. Una tristezza che aveva condiviso con una cara amica e con una tazza di tisana rilassante che aveva annacquato con qualche lacrimone. Niente di tutto ciò era stato risolutivo, ma ogni cosa era stata utile e a suo modo bella: l'affetto profondo dell'amica, la tisana confortevole, il cioccolato gioioso, le lacrime catartiche. Si sentiva solo come un cane, pensò, e forse il pensiero rivolto alla cagna scomparsa era dovuto a questo. Pensò, per la milionesima volta, che, dall'indomani, avrebbe indirizzato a sé tutte le attenzioni, le cure, l'amore e la considerazione che dedicava agli altri. Si, avrebbe fatto così, si ripeté, sapendo di mentire a sé stesso. Pensò ancora una volta alla cagnetta e le fece un sorriso, grato per il bene che le aveva voluto. Poi il pianto lo sorprese violento.

scritto da: Psicotango alle ore 00:56 | link | commenti (8)
categorie: racconti
mercoledì, 20 febbraio 2008
Era tardi. Poche ore dopo avrebbe dovuto sollevare la testa dal cuscino, prendere in mano il cellulare, premere il pulsante per stoppare la sveglia e telefonare. Avrebbe dovuto svegliarla, perché così erano rimasti d'accordo il giorno prima. Dopo di che, avrebbe dovuto essere sveglio a sufficienza per sollevare la testa dal cuscino e cominciare una nuova giornata di lavoro. Era tardi e pensava che certamente l'indomani sarebbe stato capace di svegliarsi per svegliarla, ma non era altrettanto certo che sarebbe stato capace di svegliarsi per se stesso. Forse, pensava in un silenzio piano e umido umanizzato da De André, forse lui era destinato ad amarsi per interposta persona. Per amare se stesso e impiegare le proprie energie nel coltivare attitudini e nel conquistare sogni, per amare se stesso doveva amare un'altra persona. E amarsi attraverso lei. Grazie a lei.
Era tardi e avrebbe voluto pensare tante cose, ma non riusciva a pensare altro che pensieri stantii, già pensati tante volte, pensieri ormai lisi. Se fossero stati vestiti li avrebbe buttati via con difficoltà, figuriamoci trattandosi di pensieri. Non si buttano via. In fin dei conti, gli piaceva molto autocommuoversi, indursi uno stato di leggera malinconia romantica. Non era condannato a dare, a darsi, ad amare. Era solo condannato a non amarsi, giudice impietoso, aguzzino, boia, torturatore di se stesso.

scritto da: Psicotango alle ore 01:27 | link | commenti (2)
categorie: amore, racconti, io
mercoledì, 28 novembre 2007
Una coppia di giovani giapponesi sonnecchiava davanti a lui, destandosi di tanto in tanto. Durante le pause tra un periodo di sonno e l'altro, si coccolavano dolcemente. L'uomo sembrava adulto, mentre la donna pareva poco più che una liceale. Pensò che questa valutazione sull'età fosse il frutto di un errore dovuto ai tratti somatici. Sapeva di non essere abituato a connettere i tratti somatici degli orientali e le età, e che quindi la sua valutazione era passibile di ampi margini di errore.
Al suo arrivo, l'uomo gli comunicò a gesti la propria disponibilità a cedergli il proprio posto. Rifiutò con un sorriso. Solo alcune ore dopo avrebbe scoperto che il giapponese occupava un posto non suo, bensì quello di un romano fastidiosissimo che sarebbe salito sul treno a Firenze e che si sarebbe accomodato accanto a lui, invece che di fronte, per il resto del viaggio. Dal suo accesso al treno fino all'arrivo a Roma, l'orrido burino avrebbe parlato ininterrottamente al cellulare con una decina di persone diverse, raccontando a tutte una massiccia dose di cazzi suoi, dose che anche il nostro malcapitato dovette assumere contro voglia. Il giapponese sorrideva con biasimo, mentre un ex-hippy scuoteva la testa in segno di palese disapprovazione verso il laziale maleducato.
Nonostante la sonora compagnia, il nostro scrisse buona parte della sua orazione per la seduta di laurea che lo attendeva nemmeno cinque giorni più tardi. Distoglieva lo sguardo dal foglio, sollevava la penna dal foglio e si perdeva nell'immagine mentale del sorriso della sua donna. Sapeva che, dall’inizio del viaggio alla sua conclusione, sarebbero passate quattro ore e che ne erano già passate più di tre. Non era agitato. Godeva di una gioia calma, placida, piena. Si sentiva così da quando l’aveva incontrata la prima volta, nel paese natale di lei, e guardandola negli occhi splendenti aveva sentito un amore rotondo, vivo, emozionante, vibrante. Il fatto che lo turbò fu che si rese conto da subito di amarla da sempre e di conoscerla da poco.
Indossò l’impermeabile nero, mise a tracolla la borsa di cuoio, nera anch’essa, e attese l’ingresso del treno a Termini, come colui che sa che ad attenderlo c’è un amore antico e consolidato. Percorse la lunga banchina da solo, lentamente, regalando alle articolazioni delle gambe nuova elasticità. Ci fu un istante preciso in cui la vide corrergli incontro, il più bel sorriso del mondo, e la calma serena si trasformò immediatamente in una vampa. La felicità, come un torrente in piena, gli scorreva nelle vene, sprizzava da ogni poro, si mischiava a quella di lei, che intanto lo abbracciava forte, e rientrava in lui facendolo sentire amato e dandogli la precisa sensazione che anche lei si sentisse amata per come desiderava. Si baciarono. Percorsero il restante pezzo di banchina abbracciati e abbracciati restarono per tutto il resto di quella giornata ormai al tramonto e per tutti i due giorni successivi.
Il risveglio della mattina li vedeva telecomandati, automatici e reciproci nel cercarsi, con gli occhi ancora chiusi e pieni di sonno. I corpi caldi si abbracciavano, per continuare a dormire ancora l’uno stretto all’altra. Poco dopo, una carezza seguita da un bacio e poi un altro. La coscienza si riappropriava dei loro corpi e bramava di sapere che l’altro c’era ancora, che non era stato solo un sogno, che l’appagamento del desiderio non fosse un’allucinazione. Non era stata allucinazione nemmeno la cena che lei aveva preparato per lui la sera precendente. Si era sentito importante, il destinatario delle cure, delle buonissime cure di lei. La mattina era trascorsa svegliandosi e, quando si concluse, lui si era ritrovato tutto dentro il suo mondo quotidiano.
Passarono altri giorni, alcuni insieme e altri lontani, durante i quali dissero di amarsi centinaia di volte, ballarono avvinghiati come quattordicenni, passeggiarono, mangiarono, brindarono, fecero l’amore, parlarono, si scambiarono regali, sguardi, speranze e paure; si fecero fotografie reciprocamente, si cercarono ancora appena svegli, si baciarono, corsero all’aeroporto e per tutto l’aeroporto per non perdere l’aereo, spedirono valigie rimaste a terra perchè il volo era già chiuso; lei, in quei giorni, andò a lavoro, non riuscì a studiare ed ebbe paura di sentire l’assenza di lui; lui non riuscì a finire di preparare la seduta di laurea, si laureò e fu triste che lei non era lì, in carne ed ossa.


scritto da: Psicotango alle ore 14:06 | link | commenti (9)
categorie: amore, racconti
venerdì, 31 agosto 2007
Era in preda all'ansia. Soprattutto di notte, l'ansia lo avviluppava costringendolo a dormire in pose rapprese. All'allerta, teso sui gomiti e a pancia in giù, aveva dormito di un sonno blu elettrico, pesante. La prima sveglia lo aveva reso cosciente dell'ansia notturna, grazie al dolore sordo che sentiva alla spalla sinistra, e di quella diurna, grazie al senso di oppressione al petto che immediato lo accoglieva nel mondo della veglia. Poco dopo la seconda sveglia, suo fratello bussò alla porta della camera da letto per annunciare che stava per partire.
Dopo un paio di minuti, durante i quali aveva meditato se rimanere passivamente a letto per attendere che il fratello avesse lasciato la casa per alzarsi subito dopo, si era alzato e aveva scritto su un foglietto quadrato l'allenamento di nuoto che il fratello gli aveva chiesto. Giusto il tempo di dargli il piccolo foglio, scambiare tre parole sul bagaglio pesante e sulle cose lasciate a casa con la consegna ai genitori di spedirle tramite corriere, che il fratello lo salutava con un bel sorriso sul volto. Lo incoraggiava a tirare fuori le palle nel bel mezzo di un abbraccio davvero commovente. Il padre, cupo come una nuvola di fumo di Nazionali senza filtro, avrebbe accompagnato il fratello all'aeroporto. Intanto, sfoderava la solita aria che da sempre rende qualsiasi evento, eccetto il cucinare e il mangiare, degli eventi luttuosi. La madre sarebbe rimasta a casa, come sempre, fumando silenziosa e triste come un paziente psichiatrico pre-Basaglia, come sempre.
Lui si era preparato la colazione e aveva provato ad andare a consumarla in giardino. Le cagne bivaccavano inerti nel cortile davanti casa e sua madre si aggirava con la sigaretta in bocca come se cercasse una meta, un enorme punto rosso che le facesse capire la realtà a mo' di un "Voi siete qui". Non aveva consumato la colazione in giardino, ma si era spostato nel suo studio e aveva mangiato davanti al portatile. Doveva mettersi al lavoro giacché ne aveva molto da fare e in poco tempo.

scritto da: Psicotango alle ore 09:33 | link | commenti
categorie: racconti, quotidianità, io

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