Pensare pubblicamente

Perdere tempo è la cosa migliore che l'uomo post-moderno possa fare.
venerdì, 06 aprile 2007
Il risveglio di oggi è stato davvero pesante. Appena sveglio vado in cucina per fare colazione e trovo come sempre la tv accesa e sintonizzata sul solito telegiornale mattutino. Pratica assolutamente masochista, io credo, ma vivere con altre persone ha i suoi svantaggi. Apprendo del suicidio di Matteo, 16 anni, di Torino. I compagni di scuola, già l'anno scolastico passato, lo vessavano. Lo chiamavano Jonathan, gli davano del gay. Il pianto mi viene su immediato e lo ricaccio giù con altrettanta immediatezza. Questo mondo non fa per me: anche io, come Matteo, sono forse troppo sensibile e non reggo certe cose. Che una persona si tolga la vita è di per se un fatto tragico; che lo faccia un adolescente aggiunge ulteriore amarezza, perché tutti pensiamo alla gioventù come un periodo felice (ma solo perché ci siamo dimenticati la nostra). Alla tristezza e al pianto si sono aggiunte nel corso della giornata prima la rabbia e poi la riflessione.

Jonathan, personaggio grottesco del Grande Fratello, e tutti i responsabili di questo osceno programma televisivo dovrebbero autocensurarsi e sparire per sempre da tutti i media. Limitando la riflessione al solo Jonathan, non è ovviamente il suo essere omosessuale ad essere in questione. É invece il suo personaggio grottesco, fallimentare, volgare ad essere negativo, al punto da essere usato come insulto. La tv è piena di caricature: di gay come di etero, sempre e comunque negative perché la vita sessuale di una persona dovrebbe essere importante in tv solo nel contesto di un programma che parla di sessualità. Questo personaggio è stato selezionato per il programma e vi ha preso parte per il solo fatto di essere grottesco, di parlare come la caricatura di un gay, di vestirsi in maniera carnascialesca. Un personaggio così è speculare al "macho che più macho non si può"; sono entrambi modelli negativi, sia che vengano imitati, sia che vengano usati come insulti.

Lo scorso anno scolastico la madre di Matteo aveva denunciato al preside le vessazioni che il figlio subiva. I responsabili furono rimproverati e poi tutto sembrò essersi risolto. É naturale domandarsi come sia stato possibile che la Scuola non si sia resa conto di nulla, per di più dopo la denuncia di fatti tanto gravi. Lo stato in cui versa la scuola italiana lo si evince da quanto dichiarato dal ministro Fioroni (i democristiani non si smentiscono mai) in merito alla "geniale" iniziativa dal nome "La scuola siamo noi", giornata di mobilitazione per la pubblicizzazione delle buone prassi della scuola italiana: "Apriremo le aule alle comunità locali e alle famiglie per far conoscere la realtà della scuola italiana, una realtà che non passa attraverso quella pessima fessura rappresentata dai videofonini: far vedere la scuola che c'è è anche il modo migliore per creare la scuola del futuro". Apriremo le scuole alle famiglie ed alle comunità locali? Perché, sorge spontanea la domanda, prima erano chiuse? L'Italia è un paese in mano ai delinquenti e agli imbecilli. Il nostro ministro confonde il marketing con la pedagogia e ciò accade per due motivi: il primo è che il marketing è l'unica forma di azione umana che oggi viene fatta passare come sensata (trovare un compagno o una compagna, scegliere la facoltà in cui studiare, scegliere per chi votare, tutta una questione di marketing!); il secondo è che pochi sanno cosa sia la pedagogia.
Prendiamo la questione dei videofonini. Quando io ero piccolo, c'erano una serie di oggetti che erano vietatissimi ai bambini. Tra questi, tutta la categoria cui appartengono macchine fotografiche, cineprese, videocamere e via dicendo. La motivazione era la loro delicatezza e il loro costo. Si dava per scontato, il più delle volte non sbagliando, che un bimbo non avesse le caratteristiche di sviluppo adatte a maneggiare e usare tali strumenti. Oggi, in ossequio al principio che si deve vendere e comprare e non conta null'altro, tutti possono avere uno strumento che permette di registrare un filmato. Anche a sei anni. Il nostro seienne si trova sempre senza genitori ma con un bel cellulare per le mani. Perché dovrebbe possedere capacità di discernimento non proprie per la sua età e usare come un vero adulto lo strumento in questione? La scuola dovrebbe avere la finalità, condivisa con i genitori, di promuovere e sviluppare tali ed altre capacità. Lo Stato dovrebbe farsi garante di tale finalità, anche stabilendo regole per il bene comune come, ad esempio, che per possedere un cellulare si debba avere una certa età o che per andare in onda un programma televisivo debba assolvere ad uno scopo culturale. La scuola deve tornare a fare pedagogia applicata e non aprirsi alle comunità locali come fosse la fiera della motonautica.

Ultima riflessione. Io sono stanco del sesso. La metto giù così per far ridere un poco chi legge e alleggerire il discorso. I cartelloni pubblicitari sono come le pagine di Playboy (chissà se lo vendono ancora? avendolo per strada...mah?); la tv è un bombardamento continuo di riferimenti sessuali più o meno espliciti, talvolta oltre la soglia dell'osceno; internet è la seconda rivoluzione del porno dopo il videotape casalingo; in parlamento e in vaticano si occupano moltissimo di “chi scopa con chi” e di che sesso è l'uno e l'altro dei due scopatori; le nuove generazioni si vestono in maniera sconcia e spesso non si distinguono i figli dai genitori (fenomeno orripilante) e via così dicendo, perché l'elenco potrebbe continuare a lungo. Cosa c'entra questo con il povero Matteo? Matteo è stato dileggiato, colpito, ferito da un non-insulto. Se qualcuno mi dicesse fascista io mi arrabbierei, così come se mi dicesse ladro, pidduista, stupratore, perché ritengo gli attributi che ho portato ad esempio siano negativi e perché non ritengo siano veri in riferimento a me. Se mi dicessero gay io resterei indifferente, perché non è un insulto.
Purtroppo per Matteo, il sesso e il denaro sono diventati gli unici criteri di giudizio e gli unici valori. Insegnare il senso delle parole e il loro corretto uso non è più un valore condiviso. Allora la parola gay può diventare un insulto e una scena di stupro può essere usata per una pubblicità patinata, senza che nessuno veda più lo scandalo.

scritto da: Psicotango alle ore 19:46 | link | commenti (5)
categorie: parole, scuola, televisione, suicidio

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